#10 ‘O Cane, Luigia Bencivenga
‘O Cane, di Luigia Bencivenga, menzione speciale all XXXVI ed. del Premio Calvino.
L’INSOSTENIBILE PERFEZIONE DELLA NATURA
(Perdonate lo stile, ma non diffidate del consiglio. Sono solo gli appunti di un dilettante, dopotutto.
‘O cane è un romanzo fuori dalle regole della buona creanza, del politicamente corretto e dell’ordinarietà del linguaggio. L’innamoramento è stato istantaneo, fulmineo.
È una creatura che vuole sprigionare in pieno il suo vigore, la sua carnalità e lo fa chiamando a raccolta tutte le sue fibre muscolari, tutti i nervi scoperti – come un corpo martoriato, ma non annichilito e ancora pulsante – sviscerando una lingua febbrile e smaniosa, urticante e, perché no, violenta. Feroce. Come feroci sono gli umani qui – e non i cani, badate bene – vestiti delle loro maschere peggiori e più consunte e loro sì, pronti al morso tra simili e consanguinei, non disdegnando peraltro il sangue di altre specie.
Ogni storia raccolta in questo Compendio sulla Guasta Umanità, è reso magistralmente dall’autrice, grazie alla sua capacità di restituire un’intera costruzione con poche parole e all’abilità superba di creare un piccolo universo di immagini, creature e sfumature. Il lavoro sul linguaggio, poi, è prezioso, sincero e dinamico. Nessun artificio quindi, ma un raffinato e laborioso cesellamento di parole e espressioni, oltre ad una straordinaria e impressionante accuratezza per i dettagli.
Garryowen il Santo, l’Odoroso di Viole, è davvero un martire. Il suo discreto latrato ci accompagna attraverso le sofferenze di un’umanità che cerca la deriva, che brama il disfacimento del corpo e l’insozzamento dell’anima, con l’aiuto di benzodiazepine, eroina e cocaina come zucchero a velo, Vov e rum a buon mercato.
La purezza canina – di un male involontario e istintivo, naturale – che si confronta con la crudezza degli angoli nascosti dell’uomo, quella creatura così ben strutturata e modellata, quella degli artifici e delle sovrastrutture, delle impalcature sociali e matrimoniali traballanti, che no, non crollano, ma guai a finirci sopra.
Gli occhi pieni, onesti e lacrimosi dell’animale; la vista periferica, meschina e insidiosa dell’essere umano.
Un confronto che mi ricorda una certa comparazione di rousseauiana memoria, sulla diseguaglianza dell’uomo:
Luigia Bencivenga riesce a plasmare una nuova forma, creando un cane-uomo naturale, privo della tragedia della corruzione e del vizio, della bramosia, della vanità e della prevaricazione, e un uomo-cane, vago tentativo di ispirazione (forse), o di espiazione (ancora forse), ma comunque un infausto ibrido che rappresenta tutte le contraddizioni, gli orrori e le speculazioni della società così come la conosciamo.
Se la condizione originaria dell’uomo è la natura e la natura è la voce di Dio, la riprova dell’efficacia di questa inversione è proprio il nostro Garryowen che, animale tra gli uomini, è un cane santo.
Senza speculazioni filosofiche – non voglio e non potrei farlo – ho solo trovato affascinante il viaggio attraverso questa umanità tragica (a tratti tragicomica), che conta i fallimenti racimolati in una vita, che beve, fuma e si trascina nell’angolo più remoto (come Cala Renella) per morire, forse dignitosamente.
La schiera di personaggi è una parata affascinante e impietosa: il già citato Garryowen, setter maschio, umile e caritatevole e salvatore; Il Figlio delle Stelle, marchiato nel corpo e nell’animo, che rifugge la morte pur trasportandola nel bagagliaio dell’auto; Patty Tre Dita, che insegue l’Amore disperato; Sauro Consilia, dotto voyeur con doppio registro, alto e lirico con i carcerati-ospiti, triviale in famiglia e quando costretto a sopportare il dolore; Santo Sostanza, finto macho, finto padre, finto marito, finto camionista rozzo, che s’inventa il diavolo per fuggire dalla verità, e poi tanti altri. Sullo sfondo, una città immaginaria – Ilias – ma non inverosimile, irreale ma non irrealistica, con la sua ricca via Belvedere e le periferie Cala Renella e Case Rosse, dove gli eventi principali si svolgono nell’arco di tre giorni. Le vite di uomini e cani si intrecciano, tra avvenimenti tragici e quotidiani abusi di droghe, ansiolitici e alcool, poi tradimenti, sentimenti disperati e pulsioni irrefrenabili. Svelamenti di personalità, uccisioni efferate, prostituzione che diventa amore e abbandono, quest’ultimo in tutte le sue declinazioni.
La ricerca della Salvezza è una strada lastricata da indicibile sofferenze, serie TV, lacrime, piaghe da decubito e masturbazione.
Eppure, solo le “parole” del Messia mi danno conforto:
“Garryowen in controluce, sembra un santo con l’aureola di fuoco, giunto da un paradiso nemmeno troppo lontano, le va vicino e senza preavviso le morde a sangue il polpaccio.
[…]
Garryowen immobile.
lo sguardo del cane buono vale quanto un manuale di rassegnazione attiva. È un invito al gioco della vita per quello che è. Pare dire, Fermati, facciamo che finisca pure questa giornata di merda, per dormire come cuccioli, russare senza pudori, sognare da signori e svegliarsi docili, come se nulla fosse accaduto.”
Ilias siamo noi. Questa umanità non è un futuro possibile, è già realtà.
Wirrwarr!
