#18 Piccole morti – Ivana Sajko
Un uomo senza nome, depresso, dedito all’alcool, presunto scrittore, saltuario giornalista, viaggia su un treno. Osserva dai finestrini luoghi che appaiono e scompaiono velocemente, altri treni, paesaggi, sigarette fumate e strazianti silenzi tra lui e la sua compagna. Vede il passato, indaga su un presente incerto e riflette su un futuro altrettanto incerto. Scruta la vita che sta abbandonando, mentre compie quel tragitto che da una piccola località sulla costa meridionale dell’Europa lo porta verso Berlino.
In un tragico e lacerante gioco di incastri con le prospettive e con le cronologie, il viaggiatore osserverà la sua vita passata, cresciuto in un paese rurale dell’Est, diviso tra una madre coraggiosa e un padre violento, aggressivo e senza scrupoli. Ricorderà la disgregazione della sua famiglia, la morte prematura dell’amato fratello, i transiti dell’immigrazione verso la Germania, come unica disperata speranza di sopravvivenza. L’infanzia trascorsa presso la nonna materna, dove ogni gesto tramandava tradizioni popolari e riti dal sapore tribale e ancestrale, come raro momento di spensieratezza, troppo breve, troppo lontano.
Lo scrittore attraversa un’Europa frammentata, così come in frammenti è la sua vita passata e presente, in un viaggio che non è più fuga, forse, bensì passaggio, trasformazione. Non è la ricerca di un approdo, ma un continuo movimento. Tutto si muove, tutto cambia, tutto arriva e, inesorabilmente, parte.
Ogni partenza è una cicatrice. Ogni partenza è una piccola morte.
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Saiko gioca con il tempo e con la lingua: la cronologia è destrutturata, ogni porzione dell’esistenza diventa una tessera di un mosaico confuso e claustrofobico; le parole sono veloci come un paesaggio attraverso il finestrino di un treno, sfocate per gli occhi, eppure chiare e distinte nella testa. La scrittura scorre rapida sul binario, quasi senza pause, quasi priva di punteggiatura, in un incedere dal ritmo sincopato fino al tanto agognato punto, che sarà breve pausa prima di ritrovarsi catapultati in una nuova memoria, una nuova pagina di un taccuino scritto troppo freneticamente, con lettere bistrattate dai sobbalzi del treno. L’autrice trascina il lettore in un vortice di ricordi, con uno stile irrequieto e febbrile, poche virgole per riprendere fiato, in una narrazione spietata, diretta, che non vuole imbellettare la realtà degli uomini e dei contesti storici. La Sajko, in una bolla dove passato e presente si sovrappongono, ci regala un vero e proprio romanzo sul Transito: l’uomo è in viaggio; la compagna se ne è andata; la madre, e numerosi altri connazionali, emigrarono in Germania per lavorare; l’intera architettura dell’Europa si sposta, si scuote, spesso traballa; il fratello, prima di morire, era scappato di casa; il suo amico e confidente se ne è andato in America. Nulla è fermo, tutto si sposta, la destinazione è aleatoria, indeterminata. Eppure ci rincuora il messaggio che “il bello delle continue partenze è che a un certo punto quel folle vagare ti riporta dalle persone che ami”. Forse.
