#9 Il libro delle bestemmie – Nicola Vacca
Questo libro mi ha accompagnato per metà della primavera e poi tutta l’estate, perché la poesia – per quel che mi riguarda – non deve essere fagocitata, bensì sorseggiata lentamente, anche quando il sapore è forte, aspro o amaro, e assorbita, sentita fin sotto i cinque strati della pelle. Solo così ne restano tracce permanenti.
E come dopo ogni fine lettura, rifletto. In questo caso specifico, rifletto sull’abitudine di osservare il cielo (mentre io stesso lo faccio), nei momenti di smarrimento e bisogno e sull’evocare qualcuno o qualcosa, chiedendo aiuto.
Spesso perdo le staffe, perché la clemenza certo non cade dall’empireo. Il mio accanimento preferito è sul povero San Berardo Viola che, di fatto, non esiste. Trattasi soltanto di una piccola e goliardica rivisitazione della Marsica (forse solo di una piccola porzione della regione), e che fa riferimento al brigante postunitario Berardino Viola, citato anche in quel memorabile romanzo che è Fontamara.
L’abitudine nasce dall’essere cresciuto in quel territorio, nel quale ho parte delle mie radici, tra le strade del vero quartiere Fontamara, la prospiciente piazza del municipio, Lo Stradone e Mazzarino dall’altra parte, tutto all’ombra del Bersagliere e della tomba di Ignazio Silone.
Ma non mi si assolva, che spesso me la prendo anche con i santi veri.
Rifletto – dicevo – sul vizio di guardare in alto, di sperare che ci sia effettivamente qualcosa a cui rivolgersi o con il quale prendersela, a seconda dello stato d’animo.
Si dice che anche il cielo appartenga agli uomini, e questo già mi pare contestabile. Che poi il cielo (pure quello!) non è reale, è una proiezione di luce solare, di rimbalzi e dispersioni, di tonalità e processi fisici e tante altre cose che ignoro totalmente. Io continuo, figuriamoci, a disegnarlo con la matita blu, colorando fino in basso all’altezza del prato e poi calcando un cerchio pieno di giallo, in alto a destra.
Ma non è la volta celeste il problema. Quello di cui dovremmo preoccuparci è, piuttosto, la terra e chi la abita. Non dovremmo curarci delle salvifiche invocazioni verso l’alto (o l’altissimo), bensì delle più terrene imprecazioni – come simbolo di nuova preghiera, di distruzione e ricostruzione, di destrutturazione del mito, di nuova terraformazione della nostra anima. Umani che si confrontano con umani. Nessuno che giudichi l’altro; nessun oche assolva l’altro.
Questo, almeno in parte, è l’interpretazione che ho potuto dare al Libro delle Bestemmie di Nicola Vacca, edito Marco Saya Edizioni. Spero di avergli reso il giusto merito.
Il volume non è una collezione di facili invettive verso la religione, verso dio o il credente medio, tutt’altro: è un invito alla riflessione, alla considerazione del mondo così come è, realmente, e dunque un suggerimento a guardarlo con occhi sinceri e onesti, senza filtri, travi o pagliuzze.
Ciò che Nicola Vacca chiede o propone:
Una vera presa di coscienza:
“Dai luoghi di culto nessuna voce
i devoti in una moltitudine grigia
si nascondono ciechi alla luce.
non alzano la testa
hanno paura della libertà
passano la vita in ginocchio
nel niente del libero arbitrio.”
(L’abisso di dio)
Un diverso punto di osservazione:
“Fa paura l’esistenza di mondi nuovi:
chi crede non riesce ad andare oltre il suo
noi amiamo la conoscenza
non arretrare davanti ai talebani del pensiero
prospetteremo nuovi mondi
attraverso i colori
non vogliamo un mondo grigio
ma tutti i mondi che esistono
oltre il nostro.”
(Viva i mondi infiniti)
Liberarsi:
[…] “Una salvezza a corto di idee
ha disinnescato la micca del pensiero.
È un crimine la preghiera
impreparata al niente
Il niente che ci guarda
fa parte dell’abisso
di cui nessuno dovrebbe vergognarsi.”
(Versi laici)
Essendomi consumato del tutto, mi piace chiudere con le parole di Vincenzo Fiore, dalla postfazione di questo libro. Dice tutto quel che volevo dire io, ma meglio:
[…] poiché all’occhio del lettore attento apparirà forse chiaro che, per Vacca, vale lo stesso adagio secondo cui, forse, a dare più credito a Dio sono coloro che paradossalmente non riescono più a credere in lui.
[…] Non resta che continuare ad alleviare la vita con il supporto dei buoni versi, così come un ubriaco crede ancora nell’ultima goccia.
(In foto il libro, corteggiato dai volumi di una casa editrice piuttosto “Eretica”, il che mi pare appropriato, no?)
Au revoir.
