#5 TROFEO – Emanuela Cocco
Le non-recensioni nascono spontanee, sono impellenze spesso irrefrenabili, esondanti, e prendono il sopravvento. Forse non sono neanche io a scrivere, è una diversa versione di me, una metà oscura cefalalgica, un doppelgänger, chissà.
Nasce tutto, tra gli altri motivi, da un’esigenza di scrittura, senza dimenticare che resto sempre un lettore visceralmente curioso.
Ho scritto qualcosa su certi “mostri”, dunque avverto subito una certa vicinanza, una familiarità (pure se – oh – non c’è paragone, neanche a dirlo). Mai però mi ero addentrato – va detto – in certi territori.
Con il suo Trofeo, Emanuela Cocco davvero straccia il velo dell’inosservato, del non-visto, della miopia quotidiana e lo fa esplorando questo luogo tragico e fluttuante, che non è scoperta ma una sua autentica invenzione, ovvero la dimensione dove gli oggetti diventano le persone che li hanno posseduti. Trovando un titolo migliore (e più corto), si potrebbe quasi inventare una corrente letteraria.
Mi sono sempre detto, anche scrivendone, che in fondo i mostri non si vedono, passano davvero inosservati, che sia impossibile scovarli a meno che non decidano di manifestarsi. Però – a ben pensarci – chi meglio delle “cose” delle quali si circondano, chi meglio di questi cimeli li vede, li conosce e può rivelarli al mondo?
Quindi: c’è una gonna ansiosa di essere comprata, una ragazza-vittima, un assassino brutale e senza scrupoli, un cassetto di reperti, di trofei di caccia. Non può che andar male, e infatti è così. Poi accade l’inaspettato, i trofei non sono solo oggetti, palpitano, respirano, scoprono la vita, ben oltre il senziente. E si guardano intorno.
Tutto questo mi ha fatto pensare – per deformazione culturale – al mondo sovrannaturale nipponico, al folklore degli yokai e yurei (creature preternaturali, spettri).
Ma c’è una classe di yokai più specifica, decisamente più adatto: gli Tsukumogami, ovvero qualsiasi oggetto domestico che abbia raggiunto il centesimo compleanno e così sia divenuto vivo e senziente.
Perché questo? semplificando terribilmente, perché sono oggetti che – dopo una vita di servizio e una data esperienza – questi ricevono un’anima, un po’ come nel libro.
Acuni dei più noti sono: i Karakasa (ombrello con un occhio, bocca e una gamba), la chōchin (lampada di carta fantasma), oppure la Jatai (particolarmente adatta, in questo caso), una stoffa o un kimono che si muove simulando i movimenti del serpente.
Questi yokai prendono vita, condizionano le vite degli esseri umani in modo diretto o indiretto. Esistono e vivono, occupando lo stesso spazio degli umani.
In questa novella però non troviamo favole, scherzi, benedizioni e onorificenze, tutt’altro: Trofeo è un tetro appagamento, è la somma di violenti rituali, una versione nera e drammatica della compulsione umana, dove l’unico elemento salvifico – se vogliamo – è rappresentato da tutto ciò che, apparentemente, non possiede vita (o non dovrebbe).
Una scrittura che non lascia scampo e permea la narrazione – magistralmente, direi – di inquietudine e straziante tenerezza.
Con uno stile trascinante e immaginifico, poetico in alcuni passaggi (forse incantato), la scrittrice impasta abilmente le immagini e i flussi di coscienza degli oggetti protagonisti, ci avvolge e ipnotizza con le loro proiezioni umane, quelle visioni appannate dei volti e delle esperienze che tutti gli oggetti hanno acquisito, una volta posseduti (o indossati, in questo caso).
Preziosa l’abilità nel ricordarci che ogni oggetto è privo di valore, ma diventa unico quando il proprietario lo sceglie. Prima di quello, sono cose comuni, non speciali. Talvolta – senza retorica – non accade lo stesso anche a noi “umani”?
Una lettura intima e straziante, cruda e lirica, irreale e pragmatica. Una lettura dalla quale c’è molto da imparare, sulla scrittura, sulle “cose” e su certi umani.
Mi piacerebbe avere la “stoffa” della scrittrice e la capacità di intessere certe “trame”, anche se parlare di tessuti, in questo frangente, non mi pare una scelta saggia. O forse è spoiler. Poi capirete.
La curiosità è nata dai sempre ottimi suggerimenti del buon amico Livio Romano, ci tenevo a dirlo.
