#001 La resa – Jelena Lengold
Sottovalutare la potenza di un segreto: solo questo dovrebbe indurci – come monito e come lezione – ad addentrarci in questa lettura. Qualcosa di inconfessabile lo abbiamo tutti e allora, domandiamoci: siamo, oggi, quel che siamo proprio per quello che custodiamo dentro di noi? per quel che manteniamo occultato alla vista e alla conoscenza altrui? Nascondere diventa, nel tempo, sinonimo di mutazione dell’essere?
La protagonista è una ragazzina, poi giovane e infine donna matura, senza nome. Cosa è successo a quel nome? Me lo sono domandato ad ogni pausa di lettura e, alla fine, ho realizzato: quel nome se l’è mangiato il segreto. Tacere una verità può divorare dentro, può scavare, poi raggomitolandosi e – pur immobile – permeare, con i suoi effluvi, organi, tessuti e anima.
Nel romanzo troviamo quindi un nome divorato e un’esistenza impregnata di silenzio, che è il marchio del non-confessabile, dell’indicibile, dell’impossibilità (e non “incapacità”) di tradurre il dolore.
Tutto è però trattato – dall’autrice – con cura, accuratezza di un’abilità artigianale superiore, cesellando l’alienazione della protagonista e scolpendo magistralmente la distanza, incolmabile, tra lei e chiunque attraversi la sua vita. Una scrittura limpida, diretta e solida che accompagna il lettore in un percorso di ostacoli invisibili, atmosfere rarefatte e crude realtà familiari. Senza patetismi.
Gli annodamenti narratologici sono molteplici, discreti e sommessi e pronti a prendere vita, trasformandosi in corpo concreto: da elementi didattici a materia viva, veri e propri nodi della realtà, del vissuto. Nodi come groppi alla gola. Molti assomigliano proprio ai nostri, specchio di quelli che conosciamo meglio.
E mai parola è stata più azzeccata, c’è uno scioglimento, eccome. Quello della glaciale protagonista; quello della matassa nascosta per lunghi anni, aggrovigliata tra rapporti familiari, amanti, mariti e figli; quello dei ghiacciai del mutismo emotivo.
Tutto si scioglie, ma per la nostra Senza Nome è più che altro un vero e proprio snodamento, il riappropriarsi della propria libertà di articolazione, liberandosi dal maleficio delle ossa legate e intrappolate in una rete di incomunicabilità.
La resa è la vera protagonista, meta – forse – agognata, contrapposta all’ostinazione che caratterizza tutti i comprimari. La resa, prima di essere abbandono, è strenua lotta, è resistenza.
La resa è, qui, una conquista.
Tre citazioni per le tre età narrate:
1) Alla mamma fa male il posto dal quale siamo usciti sia io che tu. La nostra unica forma. La nostra culla.
Le infiammazioni, le punture di api […] lo capisco. Questo non lo capisco, ma taccio, so che è qualcosa di importante. E per quanto mio fratello continui a convincermi del contrario, è chiaro che tutto ciò ha un legame oscuro con noi. La nostra unica forma, ha detto.
2) Chi diventa un vero solitario in genere non è consapevole di esserlo. Non odia gli altri, solo che non ne ha bisogno. Preferisce spostarsi nella parte in ombra della strada, evita la folla e i passanti. In certi periodi non risponde al telefono per giorni, perché il silenzio lo avvolge. […] Un vero solitario è egoista esattamente come gli altri, solo che a differenza degli altri lui ammette alla foschia del mattino che non ha necessità di condividere niente con nessuno.
3) […] le persone credevano alla favola per cui semplicemente si muore di dolore. Non è importante che loro stesse non conoscano nessuno così. Gli era sufficiente anche un’informazione di seconda mano, e questo manteneva la loro illusione sul mondo come un posto in cui comunque rimane una speranza. Debole, ma una speranza.
fin.
