#7 Guasti – Giorgia Tribuiani
SULLA PLASTINAZIONE, L’ARTE E LO SFACELO CHE I MORTI SI LASCIANO DIETRO.
(La plastinazione è un procedimento che permette la conservazione del corpo umano tramite la sostituzione dei liquidi con polimeri di silicone. Questa tecnica rende i reperti organici rigidi e inodori, mantenendo inalterati i colori.)
Fonte: Wikipedia
Un viaggio – questo coinvolgente, duro e penetrante lavoro di Giorgia Tribuiani – nella psiche spiraliforme e nelle tortuosità emotive della perdita. Il confronto con il tragico, con chi ci lascia, con la morte, con i nostri morti.
Cosa si portano via, cosa ci lasciano e “come” ci lasciano.
Dilemmi, tormenti, irrisolti e irrimediabili che ci rendono frangibili, ci consumano.
Quali di queste frustrazioni sono reali e quali sono solo la proiezione della nostra fragilità?
E dunque, chi resta: è caricato del fardello del non riuscire a lasciare andare, non accettare, non poter accettare.
Il sepolcro – ci insegnavano – può essere un atto generoso, la compassione di chi abbandona questo mondo verso chi ci rimane, la possibilità di mantenere un contatto, tracciare un segno dell’esistenza, prolungare la memoria. Un’eredità. La plastinazione (sorta di imbalsamazione) può assumere lo stesso ruolo? Rappresenta davvero il ricordo lasciato ai cari, oppure è una maledizione, un tormento, l’impossibilità di trovare pace?
Un paio di momenti:
“Arte è comprendere di essere di passaggio, gratuiti, superflui, e non saperlo o volerlo accettare. Arte è non farsi bastare questo mondo ed essere così arroganti da voler creare altra esistenza, e respirare quello e vivere di quello.”
“[…] rivide la toilette, sentì il freddo delle mattonelle attraverso il vestito poi la nausea e la paura, lì di fronte al gabinetto e poi sopra, in piedi sulla tavola, e con la paura tornarono a galla tutte le facce e gli occhi a spiarla e le prèfiche gobbe e nere e gli incubi e i demoni e infine quel cartello, GUASTO, un cartello che sembrava essere lì da sempre, a raccogliere in un solo termine il significato di tutta la mostra, di tutta l’arte del Dottor Tulp, di un’esposizione che teneva in piedi un mucchio di uomini guasti, appunto, la cui vita s’era fermata e che non sarebbero stati mai più come prima: guasto era il suo amore, guasta la ballerina, guasto era, in fondo, il destino di tutte le persone immobili nelle loro esistenza, come lei era stata immobile sull’altalena, persone che visitavano le sale e non capivano che in fondo stavano guardando il futuro, che prima o poi sarebbe toccato a loro, che la carica sarebbe finita e con quella ogni possibilità di muoversi o dondolare, e che forse non sarebbero mai stati dei plastinati, ma guasti senza alcun dubbio: senz’alcun dubbio guasti.
