#2 Sono fame – Natalia Guerrieri
Appunti di un povero lettore.
Da tempo in lista letture, poi rimandato (male!) e finalmente recuperato. L’ho iniziato a sfogliare lentamente, è finita che l’ho divorato. Il fatto che si intitoli “Sono Fame” potrebbe lasciar pensare ad una pessima battuta. E infatti lo è, ma non del tutto.
Natalia Guerrieri descrive una città – la capitale – come entità affamata, bramosa, con fauci grondanti brandelli di vita e di affanni. È la città ad avere fame, ad essere fame. Oppure anche la protagonista, inappetente di cibo vero ma smaniosa di vivere, di rendersi indipendente, di trovare la sua strada. Trova prima una bicicletta, diventa una “rondine” (che si sa, meglio non giri troppo intorno alle bestie affamate) e attraversa ogni pertugio della tentacolare bestia, con il suo carico di pizze, sushi e polpette, schivando gli ostacoli, prendendoli in pieno a volte. Sopravvivendo però, sempre. Ciancicata, come si dice da noi, ma resiste.
Ogni ordine consegnato apre una porta su una dimensione umana, dolorosa, orrida, comica a volte, spesso amara, lasciandoci assistere a una sorta di “mutazione antropologica” di Pasoliniana memoria.
Tutto avviene in un luogo deplorevole e caotico, a metà tra una malriuscita architettura cyberpunk – a tratti brutalista – e uno scorcio del vecchio Pigneto. Ogni elemento è decadente, in disfacimento. Una città destinata a crollare.
Tragiche e incantevoli le caratterizzazioni dei personaggi. Disillusi, resistenti eppure esausti, meschini, noncuranti, sognatori. Forse anche loro, insieme alla città, sono destinati a cadere. Me li sono immaginati a metà tra i vari Zanardi e Colasanti di Andrea Pazienza (e tutto l’universo di bislacchi) e Brutti, sporchi e cattivi, di Scola.
I consueti appunti:
“La gente nella capitale suon il clacson senza un preciso motivo, ognuno con la sua tonalità, con una durata e un ritmo intesi a comunicare fastidio, sdegno o rabbia. Una rabbia che frigge, pronta a esplodere in qualsiasi momento.”
“Il condominio che ospita il mio appartamento ha dieci piani e sembra una larva gigantesca affossata nell’asfalto.”
“Premo il viso sul cuscino e cerco di dormire anche solo dieci minuti. L’Afa è una saliva vischiosa che cola su tutta la capitale, infilandosi anche qui dentro.”
“Lui si china su di me, vorrebbe tirare fuori dal mio ventre la corda di carne. Mi stringe il viso tra le mani così forte che penso che le mascelle si incolleranno, che sputerò i denti, che le guance mi tapperanno le narici fino a soffocarmi.”
Poi c’è una pianta carnivora che si muove da sola, un silenzioso dirimpettaio che fuma, un cinico tutor telematico che sembra vedere e sapere tutto, una ragazza sempre avvolta da una specie di sacco a pelo. L’autrice ipnotizza con un teatro ricco di simboli, lascio a voi l’interpretazione. Meno criptico un vecchio proverbio: Roma, i vecchi l’ammazza, i giovani li doma.
Il romanzo è appunto “Sono Fame” di Natalia Guerrieri, edito da Pidgin Edizioni
