#24 Come ama il buio – Emanuela Cocco

Come ama il buio
di Emanuela Cocco
Nottetempo edizioni
HAI PAURA DEL BUIO?
C’è una paura che probabilmente appartiene all’infanzia più di qualunque altra: quella del buio.
Da bambini ci si rifiuta di attraversare una stanza quando la luce è spenta, si corre verso l’interruttore convinti che qualcosa possa essere nascosto appena svanito qualche effimero e occasionale cono di luce. Sotto il letto, dentro l’armadio, dietro una porta socchiusa. Il buio diventa così il luogo “del possibile” di ogni cosa che non conosciamo e che, proprio perché non le conosciamo, possiamo immaginare e temere.
Poi diventiamo adulti, la paura resta, soltanto cambia natura.
Sono molte le domande che Come ama il buio, romanzo di Emanuela Cocco, sembra porre sotto la superficie di un giallo-thriller: che cosa c’è davvero nell’oscurità e soprattutto, a chi appartiene?
La protagonista, Toni Montixi, è un’ispettrice di polizia. Ma prima di essere una poliziotta è stata una bambina. Una bambina che, insieme alla sorella Eva, è stata rapita. La madre, disattenta eppure amorevole, ingenua fino a diventare inconsapevolmente pericolosa, aveva affidato le due figlie a una babysitter appena conosciuta, concedendole quella forma assoluta di fiducia che soltanto chi crede ancora nella felicità può concedere.
Le bambine scompaiono.
Dopo alcuni mesi Toni torna. Forse fugge, forse riesce a sottrarsi ai suoi rapitori: il romanzo non sembra avere bisogno di sciogliere completamente questo nodo. Eva invece non torna. E questa assenza diventa, per Toni, una presenza. Presenza costante, lacerante, indissolubile. Toni conserva una parte della sorella, sacrificando qualcosa di sé. Un alchemico scambio equo, se non fosse che Eva resta confinata in quella porzione di tenebra che l’ispettrice porta con sé nell’età adulta e che, paradossalmente, diventa anche il suo strumento investigativo.
Toni possiede infatti una capacità particolare: davanti alla scena di un delitto riesce a percepire ciò che è accaduto in maniera quasi fisica, vividissima, come se potesse attraversare la superficie degli avvenimenti e precipitare per qualche istante dentro una realtà diversa, rarefatta eppure materica, dove gli oggetti, i corpi e i gesti sembrano conservare una memoria.
Non è soltanto un espediente narrativo, o almeno è interessante leggerlo come qualcosa di più.
Quella capacità può essere la rappresentazione simbolica di una sensibilità estrema, di una facoltà deduttiva che nasce non dalla distanza, ma dalla partecipazione. Toni non osserva soltanto le tracce: le sente. Non guarda semplicemente ciò che è accaduto: cerca ciò che è rimasto nascosto.
Ed è qui che il buio diventa il vero protagonista del romanzo.
Il caso che Toni deve risolvere sembra, inizialmente, abbastanza semplice, quantomeno nello spettro delle possibilità criminali: una coppia di anziani viene uccisa nella propria abitazione insieme a due giovani, Alice Rosso e Samuel Galla, forse arrivati lì per una visita di cortesia. Le tracce sembrano suggerire una storia da manuale, forse solo un tentativo di furto finito male sfociato in una violenza efferata. Le evoluzioni delle indagini sembrano suggerire proprio questo, si trovano dei soldi nascosti, un affarista spietato che flirta con le bancarotte programmate, un contabile poco pulito, un ragazzo sbandato e senza scrupoli, una storia di sesso, denaro e ricatti, insomma, tutto fila. In apparenza, almeno.
Ma qualcosa non torna.
Gli oggetti, i corpi, le tracce sembrano raccontare un’altra storia; Toni la percepisce. E allora il giallo diventa qualcosa di più della ricerca di un colpevole. Diventa una ricerca di ciò che non si vede. Perché il buio, in fondo, è esattamente questo: non l’assenza di realtà, ma l’impossibilità di vederla interamente.
Qui mi ritrovo di fronte altre domande, altri dilemmi: rifletto sulla “predisposizione all’oscurità”, ovvero se essa sia innata e inevitabile, oppure possa essere costruita da zero, a partire da circostanze, passando per l’educazione, le prime ferite, le esperienze, le deviazioni della vita. È il buio che sceglie noi, siamo noi a sceglierlo, oppure semplicemente “accade”? Più passa il tempo, più mi sembra che questa “qualità latente” appartenga a tutti. Che esista a prescindere, che non sia l’eccezione, ma inscritta nell’essere umano.
Tutto ciò che costruiamo sopra questa possibilità – la morale, l’educazione, le regole, la cultura, la convivenza, perfino l’idea stessa di civiltà – potrebbe allora essere una forma di architettura, una struttura che costruiamo per impedire che quella parte di noi prenda il sopravvento. Non soltanto una maschera sociale, dunque. Forse qualcosa di più radicale: un modo per tenere chiusa una porta. E allora la paura del buio acquista un significato diverso.
Da bambini abbiamo paura perché immaginiamo che nella stanza buia possa esserci qualcosa che non conosciamo. Da adulti, forse, abbiamo paura per il motivo opposto. Perché sappiamo. Sappiamo che cosa può esserci, sappiamo cosa c’è. Sappiamo di che cosa è capace l’essere umano. Sappiamo che dentro quella stanza non ci sono necessariamente mostri sconosciuti, creature venute da chissà dove. Potremmo esserci noi. Potrebbe esserci quella parte di noi che normalmente teniamo sotto controllo, quella che la luce della coscienza, della morale, della società ci permette di non vedere. È una paura molto più concreta, più reale.
Non abbiamo paura di ciò che l’oscurità potrebbe nascondere, abbiamo paura di ciò che potrebbe rivelare. E Toni Montixi sembra vivere precisamente su questa soglia.
Lei, che il buio lo ha conosciuto quando era ancora una bambina, non può più considerarlo semplicemente come qualcosa che nasconde. È diventato per lei una dimensione dell’esperienza. Un luogo nel quale ha perso la sorella e nel quale, forse, continua a cercarla ogni volta che entra nella mente di una vittima, ogni volta che osserva una scena del crimine, ogni volta che avverte che ciò che appare non coincide con ciò che è.
Per questo Toni può vedere. Perché ha imparato, molto presto, che la realtà non finisce là dove finisce la luce.
C’è un’ultima immagine con cui si può giocare, che consegno a voi poveri lettori di queste mie farneticazioni, ovvero “cosa ho raccontato a mia figlia”:
Un padre vuole insegnare alla propria figlia a non avere paura del buio. Accende e spegne la luce della sua stanza e le mostra che tutto rimane identico: la sedia, il letto, il tavolino, l’armadio. Le spiega che dentro l’armadio ci sono solo i vestiti, che dietro la porta c’è il muro, che sotto il letto non c’è niente. Che le cose sono le stesse con la luce e con il buio.
(È una bella lezione secondo me, ma per la cronaca: non ha funzionato)
Ma Come ama il buio permette forse di dubitare di questa teoria. Siamo davvero sicuri che le cose rimangano le stesse? E se invece esistesse un altro buio? Una forma che non riusciamo a respingere del tutto e, in alcuni casi, potremmo decidere di abbracciare.
E allora forse l’unica vera domanda con cui entrare in questo libro non è se “hai paura del buio?”, bensì:
Hai paura del tuo Buio?
***
Lo stile di Emanuela Cocco è fuori portata, lontano da ogni registro comune e di un qualsivoglia tentativo di incasellamento. Il più canonico tratto distintivo della scrittura di atmosfera si fonde con una capacità descrittiva potente, lucida e pienamente sotto controllo. Non c’è nebbia, non c’è rarefazione – tratto tipico di una certa scrittura figurativa – neanche nelle scene potenzialmente a rischio, ovvero quelle dedicate a Toni e ai suoi viaggi nelle intersezioni del reale, nel tentativo di districare l’inganno dell’invisibile.
La tensione palpabile non lascia la pagina neanche un momento e a nulla servono alcune scene conviviali o fugaci scambi di piccola umanità dal sapore archeologico. L’atmosfera conserva una proprietà di pragmatismo, di dura concretezza, così come i personaggi che la abitano. Ognuno di loro trascina con sé un bagaglio screziato di ombre, un rimpianto, una paura, una profondità inaccessibile, che l’autrice tratteggia in modo incisivo e tragicamente verosimile, ricordando una realtà che spesso dimentichiamo, ma che ben conosciamo: ognuno di noi porta con sé le ferite di un’esistenza imperfetta.
E ogni ferita può diventare una potente, feroce, inarrestabile deflagrazione.
Au revoir.
