#23 Dalle rovine – Luciano Funetta
Tunué
QUANDO TUTTO CROLLA
o della letteratura come creatura senziente.
Non tutti i romanzi sono romanzi. Alcuni appartengono ad una specie piuttosto rara, in via d’estinzione, non componimenti di parole e frasi strutturate, bensì creature cartacee senzienti, multiformi, un confine tra luce e ombra. Dalle rovine, di Luciano Funetta, appartiene a questa specie: un romanzo – per convenzione chiamiamolo così – di quelli che partoriscono i luoghi nei quali le storie possono accadere, costruendo laddove non c’è nulla se non terra vergine, generando quei figli dispersi che diventeranno personaggi e che popoleranno le fondazioni della narrazione, le atmosfere in divenire, coaguli di nebbia e alienazione, screziature di luce in un lungo, lunghissimo tempo di buio. Lampi in lontananza.
Un Noi narrante, oscuro e serpentile si annoda nella scrittura, non personaggio, non entità esterna, non voce lontana, bensì arcaico e avvolgente linguaggio, che non racconta, bensì crea, modella, e poi accompagna. Il primo ad essere avvolto da questa moltitudine narrante è Rivera, un uomo chiuso, spezzato, separato, che continua a vivere nel mondo senza esserne veramente più parte. Non è un eremita, non è un folle, non è nemmeno un misantropo nel senso consueto del termine. Partecipa al vivere comune, ma come chi osservi la propria esistenza attraverso un vetro. Rivera abita nella città di Fortezza, la cui pianta urbana è modellata sull’inganno e il disorientamento e il nome è una eco funesta. È una metropoli desertica che pullula di vite brulicanti dietro serrande chiuse, è fatta di interminabili viali brumosi, di porte sbarrate, di confini interminabili, è inespugnabile e al contempo luogo di partenze. Fortezza è una città, certo, ma è anche Rivera. È la sua condizione interiore resa forma materiale, trasformata in architettura. Una fortezza è fatta per difendere qualcosa, ma anche per impedire che qualcos’altro entri o esca.
Rivera ha una casa. Varcando l’uscio, si ha la sensazione di entrare lentamente in un ambiente matrioska, una stanza, poi in un’altra più piccola, poi in un’altra ancora, poi tutto diventa transizione, ci si muove seguendo il lento trascinarsi del nostro, fino a scoprire che tutte le stanze convergono in una e una soltanto, epicentro della deriva. Rivera vive con dei serpenti, numerosi serpenti, alcuni rari, procurati in maniera clandestina, custoditi nelle loro teche, raccolti in una stanza-cuore di quella casa-organo. Sono il suo legame con qualcosa che ancora appartiene alla vita. Ma è un legame curioso, perché avviene attraverso una sorta di regime di separazione: Rivera può guardarli, toccarli, nutrirli, lasciarsi attraversare dal loro corpo sinuoso, e tuttavia quei suoi bizzarri coinquilini sono rinchiusi in uno spazio limitato. Si incontrano, si permeano l’un l’altro, poi l’uomo torna nella sua (non) dimensione e i serpenti scivolano nuovamente nel loro piccolo vivarium. Rivera instaura con i suoi rettili un rapporto indecifrabile, tanto da domandarsi se non sia una convivenza, una relazione tra un uomo e i suoi animali, oppure l’incontro tra due specie che si studiano reciprocamente. Quello scrigno di plexiglass li contiene e contemporaneamente li protegge. Li separa dal mondo permettendo loro di continuare a esistere. Anche Rivera è separato dal mondo, dalla città, poi dai serpenti, che a loro volta sono separati da Rivera, dalla casa, dalla città e dalla vista di altri uomini, e poi separati anche da Rivera.
La trama che segue non servirebbe neanche saperla, non perché non sia importante, ma perché in una certa letteratura, non è fondamentale, si costruisce man mano. Eppure c’è sempre un inizio, una scaturigine:
Dopo aver filmato una singolare e perturbante esperienza con i suoi animali, Rivera entra quasi casualmente nel mondo della pornografia e, tramite il vecchio proprietario dell’unico cinema a luci rosse di Fortezza, incontra Jack Birmania, produttore e figura carismatica di una piccola comunità di personaggi ai margini. Birmania non definisce il porno come farebbe chiunque si approcci al genere, registi e produttori inclusi. Ne ha una visione quasi mistica, distante dal sesso e più vicina ad una pratica ascetica contemporanea. Dal momento del loro incontro, Rivera viene trascinato in un universo sempre più ambiguo, popolato da registi, attrici, inquietanti tuttofare e uomini scavati dal tempo. Non mancano vecchi amici-nemici dello stesso Birmania, come Klaus Traum, con il quale ha un rapporto che rimanda alla coppia Herzog-Kinski, ma più antico, più viscerale (“Traum è un sogno”). Alcuni personaggi sono volutamente ombre, accompagnatori, comparse talvolta, altri sono una marcatura a fuoco, una lacerazione e poi una cicatrice permanente, un segno profondo e indelebile, presenze persistenti che gravitano intorno a quel mondo pornografico, ma per le quali cinema, sesso e desiderio diventano soltanto la superficie di qualcosa di più oscuro, un tramite, un veicolo e, al contempo, il messaggio stesso. L’incontro con Alexandre Tapia e con il suo misterioso progetto apre infine nuove crepe nella realtà di Rivera, trascinandolo in un viaggio dove i confini tra vita, rappresentazione, memoria e allucinazione diventano progressivamente sempre più incerti.
Tentando ancora una nuova definizione, un sinonimo per questo “romanzo”, a costo di sembrare esagerato – ma fatevene una ragione – l’ho definito una soglia, un portale. E ogni strada che porti verso e attraverso un confine è costellata di ambienti liminali – soglie anch’esse – e rituali, sogni lucidi, e simboli. Tanti simboli quanti i mattoni gialli verso la Città di Smeraldo. E Funetta, non traghettatore, bensì esperto onironauta, padrone di una scrittura rigorosa e pulita – il cui periodo diventa verso tagliente, il cui tratto è netto e marcato, le parole sono incisioni che generano matrici, scavano la pagina, trapassano le fibre di cellulosa per sbucare in un’altra dimensione – riesce a creare una simbologia enorme e tentacolare, nascosta tra le crepe dei muri, nelle contrazioni dei muscoli e dei genitali, nei tumulti dei vicoli di Barcellona, tra i piedi delle persone, o tra le scaglie dei serpenti, tra un orgasmo ora asettico, ora cosmico, tra le interferenze di un video a bassa risoluzione e le ombre di un patibolo, nei sogni alcolici o tra le pagine di un vecchio manoscritto:
Jack Birmania è un re e un custode. Ha costruito un regno di immagini e persone, interpreta il mondo, è un uomo che comprende la forza delle storie, eppure finisce per essere inghiottito da un enigma indicibile dall’ineffabile; il suo eterno rivale e unico amico, Klaus Traum è un uomo di dolore e tenacia. È vecchio ma ancora feroce. È sempre pronto a morire; Alexandre Tapia è un essere frantumato. Ha vissuto tempi ormai cancellati, fotografie, voci, urla, l’Argentina, la fuga, la violenza. La vita di Tapia ci arriva come ci arrivano i sogni: in frammenti indecifrabili e che svaniscono in un attimo. Ha vissuto qualcosa. Tapia è ossessionato dalla decadenza e dalle rovine. È parte delle rovine. E poi i corpi come passaggi, come “finestre”; il desiderio sessuale come volontà di uscire da sé stessi; gli orgasmi che non sono più unione, bensì emblema della solitudine; i bagliori del porno, che illuminano ma anche accecano; Barcellona, la seconda teca dopo Fortezza, nella quale Rivera si contorce e si agita, una nuova e dolorosa nascita; chiese in rovina, che diventano santuari, reliquie di un passato mai esistito, triste cenotafio della memoria di chi non vuol morire.
Tutto questo immaginario di segni e metafore in continua espansione, si traduce in un concetto semplice, che necessita di tutte le cautele del caso, capace – parafrasando l’indimenticabile Jack Burton – di far tremare i pilastri del cielo: Letteratura.
Oggi, se dovessi definire un testo “letterario”, prenderei senza dubbio in prestito una parte delle teorie formaliste, dunque un testo è letterario non per ciò che racconta, ma per il modo in cui si organizza il linguaggio e come costruisce l’esperienza del lettore. Non la storia, che non va demonizzata chiaramente, bensì per il procedimento del raccontare. L’arte della parola, per dirla con la voce di Šklovskij.
E proprio lui, con la sua ostranenie, ci ricordava che nella vita quotidiana, ormai, le persone tendono ad automatizzare la percezione (forse per un meccanismo di autodifesa? Oppure un corale annebbiamento, l’assuefazione all’orribile, al diverso, all’anormalità, all’eccezionalità?). Gli oggetti, le persone e le situazioni diventano tutte familiari, fin troppo. Si smette di “vedere”. L’arte – della parola – interviene proprio su questo: rompe l’abitudine. Scuote dall’anestesia. Infrange la luce con il buio, avvolge l’oscurità con lo splendore.
Tutto questo lo troviamo nel lavoro di Funetta. La scrittura diventa trasformazione, la lettura diventa trasmigrazione. Essa non raggiunge mai una sola conformazione e, soprattutto, non termina mai veramente, perché arrivati all’ultima pagina, al punto finale, tutto è già mutato, le percezioni sono rinnovate e nuovamente vive, le pareti della teca sono più sottili, l’opera non ha cambiato solo noi, ha rimodellato ciò che è intorno a noi. Non siamo più dove eravamo prima, siamo altrove.
Dalle rovine non racconta soltanto del decadimento: racconta ciò che viene dopo, ciò che resta. O meglio, ciò che continua a vivere quando qualcosa è già crollato. Funetta è un narratore discreto ma febbricitante, lavora sul non detto e sul non visto – o non visibile – e dunque non ci mostra mai davvero le cose come sono. Sembra così di trovarsi di fronte al Kurtz di Cuore di tenebra (anche lui conserva gli spettri di una foresta), o in compagnia dell’enigmatico replicante Roy Batty di Blade Runner, finanche alla corte del Giudice Holden, nello spietato Meridiano di Sangue, con il potere di espungere le cose del mondo dalla memoria umana, solo scrivendo il nome e bruciandolo. È come il cuore citato da Geremia, Funetta: Ingannevole. Ma non maligno, perché la letteratura, come la natura, non lo è. Ostica forse, indecifrabile il più delle volte, ma crudele no, mai.
Sfogliando l’ultima pagina resta vivida quella presenza plurale, quel Noi che continua a restare in disparte e in agguato, mantenendo una premessa non detta, eppure implicita: continuare a osservarci, a suggerire, a sibilare e soffiare il dubbio dietro la nuca.
È forse questa la cosa che più mi rimane addosso dopo aver chiuso Dalle rovine: non i serpenti, non il porno, non la morte, non la città senza uscita, non gli incubi o l’abbandono. Mi rimane la sensazione di essere stato osservato durante tutta la lettura, di esserlo ancora e di non potermi liberare del cupo turbamento che ne deriva. Di non volermene liberare. Come se, entrando in quelle centosettantacinque pagine, avessi vissuto dentro un terrario. Ma anche uscendone, penso: non siamo tutti quanti, forse, dentro una teca?
Nota personale: durante un incontro sul “Corpo in Letteratura”, chiesi a Luciano come interpretasse l’elemento corpo, appunto, nella sua scrittura, aggiungendo che – secondo me – lui parlava del non-corpo, ovvero ne parlava non ponendolo come elemento essenziale della costruzione narrativa. Mi rispose più o meno così – e mi perdonerà se il ricordo non è preciso, ma la memoria è come la luce, tende a essere soffocata dalle tenebre: “Non scrivo mai del corpo, né di qualcosa in particolare. Scrivo di ciò che emerge dal buio e che entra nella luce, di ciò che si mostra, perché penso che voglia essere raccontato e sento di volerlo raccontare.”
FINE (?)
