#11 Dentro – Sandro Bonvissuto
QUELLO CHE SI VEDE DA FUORI
(e della mia maledetta procrastinazione)
Ho letto questo libro durante la pandemia, nel pieno del lockdown (con il quale non ha alcuna attinenza), il che la dice lunga sull’ironia della situazione, al pari dell’aver riletto “La peste” di Camus.
lockdown
ˈläkˌdoun
confinaménto s. m. [der. di confinare]. – 1. Il confinare, il relegare in un dato luogo.
Quindi “Dentro”, come un contenimento, come costrizione all’immobilismo, un veto sui movimenti. Talvolta una scelta di isolamento, il rifiuto della società, una fuga o un raccoglimento.
Si determina un luogo, nella definizione, un posto fisico. Ma è sempre così?
Un hikikomori, ad esempio, sceglie di auto confinarsi, di escludersi. Si rinchiude in un ambiente concreto, tangibile, ma non è lì dentro davvero. È rinchiuso da qualche altra parte, una regione dello spirito, una dimensione irraggiungibile e – con molta probabilità – priva di obblighi, coercizioni o vincoli. Un territorio di una libertà diversa, unica. Esattamente come l’uomo di questo romanzo, che in ogni racconto appare ogni volta confinato, ma si trova sempre in un altrove diverso da quella descritto.
Dunque ci sono molti modi di essere “dentro”, di stare “dentro”. Un Dentro non è uguale all’altro, non ha la stessa definizione né lo stesso valore, tanto meno lo stesso peso.
Qui il percorso a ritroso del protagonista del romanzo (una narrazione divisa in tre racconti lunghi) è un cammino all’apparenza chiuso, forse un ciclo continuo; è un lavoro di scavo, di scoperta, per portare alla luce quel che si nasconde tra le pieghe di una intera esistenza, attraversando rimpianti, giovinezze e uno sconfinato amore per tutte le sfumature della vita. Soprattutto è un viaggio sentimentale, semplice, puro e sincero.
E quindi, dicevamo delle declinazioni del “dentro”:
Si può essere costretti tra le asfissianti pareti di una prigione, soggiogati dai riti e dai ritmi della vita carceraria, pur non diventandone mai parte:
“La verità è che l’unica cosa che conta è il ciclo del sole. Il suo alternarsi con la notte. Senza accordi, senza eccezioni. Solo la regola semplice del sole. Una cosa naturale. Perché il tempo è una cosa naturale. Anche se è invisibile. Il tempo è l’unica cosa invisibile che però esiste davvero. E i giorni sono l’unico volto che ha il tempo. Lì dentro era proprio così. Seduto da qualche parte mi accorsi del fluire della vita mentre non la potevo più vivere.”
“Perché non tutti i muri funzionano; quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio, non sono veri muri. Sono interrotti, hanno delle porte, insomma si possono aggirare o attraversare. Dei muri a salve. Quelli che stanno lì dentro no. Funzionano. E bene. Non c’è niente che ti uccide come un muro. Il muro fa il paio con delle ossessioni interne, cose umane, antiche quanto la paura.”
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Si può essere limitati al confine di un cortile, di un condominio, di un quartiere e al contempo di una scuola, di un’adolescenza, di un’amicizia:
“Non era affatto vero che a morire fossero solo gli esseri viventi, morivano anche i luoghi. E ci morivano proprio sotto il naso senza che noi fossimo capaci di vederlo. Perché lo dicevano in modo tutto loro, diverso; senza lamentarsi e senza soffrire. Restavano semplicemente vuoti, e poi morivano. Doveva essere stato proprio in questo modo che a noi, all’improvviso, c’era morto il cortile del condominio. Le voci e i colori che lo avevano sempre abitato, erano spariti, e al loro posto c’era solo un infinito squallore.”
“Non c’era niente di male a non sapere le cose. Sarebbe stato tanto bello poter dire liberamente «non so» ogni volta che ci avessero fatto una domanda alla quale non conoscevamo la risposta.
– Vuoi fare una prova? – gli chiesi
– Certo – disse, e fu più o meno da quell’istante che cominciammo a essere un po’ felici.
– Come ti chiami?
– Non lo so – mi rispose
– Che ora è? – gli uscì di bocca
– Non lo so – risposi, ovviamente.
E così ridemmo fino allo sfinimento, alle convulsioni, fino a correre il rischio di vomitare, finché il professore non ci richiamò.
[…]
A quel punto potevamo solo separarci oppure no. […]
Ci scambiammo un saluto di nascosto da tutti, con quella che avrebbe potuto essere solo una furtiva stretta di mano sotto il banco oppure la stipula di un patto inestinguibile e senza postille, suggello di un’eterna alleanza.
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Si può restare chiusi dentro uno spazio aperto, un “piccolo deserto”, la somma di dune di sabbia, vegetazione bassa e il sapore amaro dell’infanzia, mentre si impara ad andare in bicicletta, mentre si impara la vera natura di un padre:
“Era incredibile. Dovevano essersi messi tutti d’accordo. Nessuno che avesse imparato dal cugino o dalla zia, non so, dal fratello maggiore, dal vicino di casa, o magari da un istruttore, incaricato d’insegnare ai bambini ad andare in bicicletta. Visto che avevano tutti imparato dalla stessa persona, non esistevano più dubbi. Avevo finalmente capito a cosa serviva mio padre. Me lo chiedevo da sempre; fu inevitabile voltarmi a cercarlo.”
“Mi ero rassegnato a finire per terra, quando riuscii a mettere i piedi sui pedali e a tenere fermo il manubrio. D’un tratto ecco il prodigio dell’equilibrio. […]
Mi fermai ancora incredulo, frenando con i piedi. Subito dopo realizzai che avrei potuto usare le due levette sul manubrio. Mi girai a guardare mio padre. Lo vidi poco lontano. I nostri occhi s’incontrarono. Ci capiamo allora?
Sì. Profondamente.
***
Insomma, pensavo, che se è vero che “ognuno di noi ha i suoi inferni” (Charles B. permettendo) è anche vero che portiamo con noi i nostri paradisi non convenzionali, i nostri rifugi, i nostri spazi di riparo e di conservazione.
E tutto questo viaggia con noi, si agita invisibile alla vista altrui, celato, nascosto.
Dentro.
