#17 La gioia fa parecchio rumore – Sandro Bonvissuto
Il giovanissimo protagonista trascorre la sua infanzia nella periferia romana, con la sua numerosa famiglia allargata e prepotentemente romanista. Figure pittoresche e colorite compongono un collage caleidoscopico, tra le cui fibre spicca un padre silenzioso, la cui presenza è imponente e rassicurante; una madre di carattere, rumorosa, autoritaria ma benevola; uno zio scapolo, scaltro e amorevole, complice sornione e consigliere fidato. La ricerca di un’identità trova la sua soluzione nella scoperta della Roma e della fede romanista, di cui è imbevuta la famiglia tutta, nonché i cugini, gli amici e vicini dirimpettai, che diventano parte del nucleo famigliare che si riunisce la domenica davanti la televisione, per soffrire e gioire di ogni azione, ogni fallo, ogni gol fatto o ricevuto. Il mondo del bambino si colora di bandiere e di figurine, di sgangherati viaggi per seguire la squadra in trasferta, di panini con la frittata, avventure tra gli spalti degli stadi, di cori infuocati e di lacrime amare. Il 10 agosto 1980 segnerà una svolta per lui, per tutta la famiglia e per tutti i tifosi della Roma: un misterioso centrocampista brasiliano viene acquistato dalla società. Indosserà la maglia numero 5 e stravolgerà tutte le regole del gioco, travolgerà gli animi e i cuori dei tifosi, cambierà il mondo giallorosso, rinvigorendo la fiamma della fede fino a tramutarla in uno smisurato e incrollabile sentimento d’Amore.
La storia è ambientata alla fine degli anni ’70, fino poi al 1984, uno dei periodi d’oro della storia romanista e sicuramente uno dei momenti di svolta nella storia della Roma e del rapporto tra squadra e tifoseria. Ma rappresenta anche le storie più piccole, quelle delle periferie e dei grandi condomini popolari, delle folle riunite davanti un solo televisore, delle famiglie vestite bene per andare a comprare un divano, dei pochi risparmi, delle comitive arrangiate su un vecchio furgone in prestito, armati di panini e bandiere artigianali. La periferia romana, in questo caso, è lo specchio di un mondo in cambiamento, Il rumore che caratterizza tutto il romanzo non è soltanto quello dei cori da stadio o delle invettive davanti ad uno schermo; è il rumore di intere generazioni che nascono e crescono seguendo una tradizione viscerale, mai sopita, che si tramanda gelosamente.
L’autore, con uno stile morbido e semplice, e con un registro ironico e carnale, ci accompagna in un vero e proprio viaggio sentimentale, nel quale la formazione e la ricerca di un posto nel mondo passa attraverso il calcio e la famiglia. Ci ricorda, il buon Sandro, che la gioia è al contempo silenziosa nel cuore ma roboante tutto intorno, in un’intensa inversione di valori che ricorda quella “solitudine troppo rumorosa” di Harbal.
La Roma solleva verso il sublime e poi scaraventa al suolo, nel fango della tristezza. È gioia. È confusione. È il rumore della vita.
Nota importante e appassionata: non credo più nel calcio, non in quello moderno quantomeno. Sono fermo ai ricordi sbiaditi dello scudetto ’82-’83, al Lupetto nel cerchio giallorosso, al massimo arrivo al 2001, con la bandiera in spalla, la finta delusione per il mancato spogliarello della Ferilli e – giuro – una scarpa in meno.
Il mio sentimento calcistico trova piena realizzazione nelle parole di Pier Paolo Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’ultima rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.”
(Ringrazio l’eccellente Dario Pontuale, che riporta e documenta la citazione, nel suo dizionario urbano “La Roma di Pasolini, Nova Delphi Edizioni).
