#16 La piaga dei gabbiani – Stephen Gregory
David Kewish ha appena compiuto diciott’anni e ha già perso un dito. All’inizio di una delle estati più calde del Galles, il banale incidente domestico distrugge il sogno di diventare chitarrista e stravolge la sua vita sociale, lasciandolo solo, depresso e rabbioso. Sperimenterà assenze e presenze: una vita stravolta dalla mancanza della falange; il padre, scomparso un anno prima, giace ancora sul fondo di una cava, dentro la macchina con cui si è lanciato nello strapiombo, rimasta a pelo d’acqua, come monito della perdita; la madre, partita come volontaria in un campo profughi, è irraggiungibile; il patrigno Kenny, sfaccendato e inaffidabile, lo incalza di continuo; amici ed ex compagni di scuola sembrano allontanarsi sempre di più.
Eppure, qualcosa di nuovo sta per entrare nella sua vita. Un cucciolo di gabbiano, il cui becco è serrato da una linguetta di lattina. David lo salva. Da quel momento nasce un legame speciale: l’aggressivo laurus marinus diventa il confidente con cui sfogarsi e trovare conforto. L’uccello stesso trova in David e nella sua stanza un rifugio sicuro e nella custodia della sua chitarra, una nuova casa. Il giovane diventa così il ragazzo con il gabbiano.
L’estate nel paese di Caernafon, Nord Galles, si fa sentire con una calura feroce, e sotto gli occhi di turisti e abitanti, un implacabile stormo di gabbiani prende il sopravvento, dominando la quotidianità della cittadina. Le loro urla e scorribande diventano un vero e proprio flagello, fino a provocare gravi incidenti, come il ferimento di un bambino e la morte dell’innocua vecchia Nellie. Immerso negli odori pungenti del mare, dello sterco di gabbiano e della birra scadente, David attraversa una stagione di cambiamenti e rinascite. Abbandonerà lo stato larvale dell’adolescente, trovando una strada verso l’età adulta e accettando un sé stesso fatto – come tutti gli altri – di vuoti e di pieni.
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Lo stile e il linguaggio di Gregory è pulito, semplice e diretto. L’autore non vuole trascinare il lettore in sfiancanti riflessioni filosofiche sulle questioni anagrafiche, sulla maturità, oppure della strada verso il mondo degli adulti e della presunta consapevolezza. Piuttosto lavora sul riflesso esperienziale, sulla memoria e la capacità di reminiscenza del lettore, riportandolo a scenari dell’adolescenza incerta, su quella parte di vita che ancora risulta abbozzata e apparentemente piena di sfumature e di possibilità.
Il romanzo è ricco di elementi simbolici che caratterizzano la scrittura di Gregory:
Il dito perduto è uno dei più importanti: un pegno da pagare, inciso nel corpo, per comprendere il valore di ciò che si possiede, ciò che si perde e quel resta in noi mentre l’età adulta si avvicina. È un rito di passaggio, quasi tribale. È un tributo: rinunciare ad una parte del sé per divenire qualcosa di nuovo, diverso. La presenza costante dei gabbiani è un radicale incombere dei cambiamenti, è lo stravolgimento dei nuovi sensi, l’ignoto che si palesa, paure, scoperte, nuove avventure, tra delusioni e ripartenze.
Lo stile dell’autore è intenso e coinvolgente, con un tono che può risultare crudo e diretto, ma altamente evocativo. Il linguaggio di Gregory è una fibra robusta, ben congeniata e strutturata e riesce a trasmettere in modo chiaro e pervasivo la tensione delle atmosfere – spesso disturbanti – e la gravità delle singole riflessioni, ricordando la tradizione dei romanzi di formazione.
