#22 Movimenti – Emanuela Mannino
Les Flaneurs Edizioni – Collana Icone (poesia)
Geografie del movimento
Quando la poesia smette di essere verificazione e diventa esplorazione?
Accade meno spesso di quanto si possa credere.
La versificazione, nella sua forma più autentica, porta in sé una vocazione esplorativa: dovrebbe aprire varchi, tracciare percorsi, generare dimensioni, non limitarsi a registrare quanto già noto. Eppure, non di rado, questo strumento viene depotenziato, tristemente ridimensionato, lasciando spazio alla mera narrazione del sé, priva di qualsivoglia riflesso più ampio. L’autocelebrazione, in poche parole. Di quella, francamente, siamo saturi. Io, in particolare, ne ho abbastanza.
Alla domanda – tanto ostinata quanto sterile – “quanto c’è di te nella tua poesia?”, viene quasi naturale sottrarsi: non solo perché la risposta è implicita nel gesto stesso dello scrivere, ma perché la poesia, a differenza della prosa, non nasce per confermare un’identità, bensì per metterla in crisi, attraversarla, trasformarla.
È proprio in questa direzione che si muove la raccolta Movimenti di Emanuela Mannino. Ricordo di esserne rimasto colpito sin dai primi versi, letti velocemente sul web (ma, fortunatamente, catturati dal mio unico neurone ancora lucido e conservati, da qualche parte), per poi essere diventati lettura assidua di pomeriggi e serata, dopo il felice acquisto a PLPL.
In questa silloge la poesia torna a essere uno strumento conoscitivo, profondamente radicato nella Parola al servizio della Materia. Il corpo, ad esempio – ossa, carne, fiato – non è soltanto oggetto di rappresentazione, ma strumento attraverso cui il mondo viene interrogato. Le immagini sono concrete, quasi domestiche, eppure continuamente slittano verso una dimensione simbolica: il linguaggio diventa qualcosa da lavorare, incidere, sminuzzare, come se anche la memoria fosse materia viva da plasmare e riorganizzare.
Se il corpo rappresenta uno dei territori di questa scrittura, non è però l’unico spazio attraversato. La raccolta si costruisce, appunto, per movimenti: non lineari, non pacificati, ma oscillatori, come se ogni testo fosse una variazione.
C’è innanzitutto un movimento intimo che prende spesso la conformazione della preghiera. Non una preghiera salvifica o ordinata, ma incrinata, terrestre, addirittura spezzata. Una confessione sommessa, bisbigliata. È una tensione verso qualcosa che non risponde, o risponde solo per struggente mancanza.
Vivida la figura di un padre, che emerge attraverso una memoria eminentemente sensoriale: odori, suoni, minimi dettagli domestici. Il tabacco spento, il pane, il tintinnio delle chiavi, elementi concreti che però non ricompongono una presenza, bensì ne misurano l’assenza. Un padre, un portale, una soglia: un punto di passaggio tra ciò che è stato e ciò che non può più tornare, caricato di una nostalgia che non indulge mai nel sentimentalismo, ma resta trattenuta, discreta, forse pudica.
E poi ci sono le distanze, che attraversano l’intera raccolta, come una condizione esistenziale prima ancora che tematica. Distanza dai luoghi – “i viaggi tenuti lontano” – ma soprattutto distanza da sé e dagli altri, vissuta dentro una quotidianità impoverita, incapace di contenere il desiderio o il dolore. In questo spazio contratto, anche il conflitto si riduce a una dimensione minima e insieme assoluta: “far la guerra alle nostre piccole nudità deserte” è forse una delle immagini più precise di questa condizione. In questo senso, anche il tempo si deforma. La domenica, tradizionalmente giorno di pienezza e sospensione, viene svuotata e rovesciata: non più festa, ma residuo, “ciò che resta dell’ultimo screzio di solitudine”. È qui che la raccolta mostra con maggiore evidenza la sua capacità di lavorare per slittamenti: ciò che dovrebbe essere consolazione si fa ferita, ciò che dovrebbe unire accentua la separazione.
Questi movimenti costruiscono una geografia fragile e mobile, in cui ogni tentativo di ricomposizione passa attraverso il linguaggio e insieme ne rivela il limite. Ed è proprio in questa tensione irrisolta che la poesia trova la sua necessità: non nel dare risposta, ma nel continuare a interrogare ciò che manca. Un corpo che non trova mai la posizione giusta, e continua, in modo riservato, nascosto talvolta, a contorcersi, ad agitarsi, a muoversi.
Colpisce la qualità dei verbi, spesso stranianti, l’elaborazione di forme espressive sinuose, ammalianti, quasi magiche. L’autrice “irrora il buio di silenzio”, agisce sulla parola come su un corpo, non teme lo scontro e le sue conseguenze. Anche la punteggiatura, i tagli, i vuoti partecipano alla costruzione del senso, rendendo la scrittura essenziale, eppure mai povera.
Il nucleo della raccolta sembra risiedere nella tensione tra abisso e germoglio, tra caduta e possibilità di crescita. Da un lato, la fragilità del corpo e la paura; dall’altro, una vitalità minima ma ostinata, che resiste e insiste. È una poesia che non alza la voce, ma lavora per sottrazione, trovando nel poco – nel fiato corto, nel gesto minimo – una forma di resistenza.
Ho apprezzato davvero molto la composizione della Mannino, come da tempo non mi succedeva nell’attuale scenario poetico. Ammiro chi riesce a estrapolare il nucleo e manipolarlo, fino alla sua condizione minima, per poi restituirlo in nuova struttura, che non sia un’ostinata e ridondate sperimentazione (e dio sa quante ce ne sono, e tutte inutili).
Ci riconsegna, scavando nell’esperienza, un arpeggio delicato, sobrio, ma robustissimo, una geometria delle percezioni, articolata e lucida. Ne emerge una scrittura scarna e luminosa, capace di sottrarsi all’autocompiacimento e di restituire alla poesia la sua funzione più necessaria: non dire chi siamo, ma metterci in movimento.
Se siete sopravvissuti a questo lungo sproloquio, allora dovete proprio dedicarvi a questa lettura. Nell’attuale pericolo di annegamento della poesia, Movimenti è un’ottima scialuppa di salvataggio.
Au revoir.
