#21 Salvarsi la vita – Pierangelo Consoli
Nuova Editrice Berti
Istruzioni per la salvezza
Arturo ha vent’anni e una perdita che non si lascia nominare con facilità. Sua madre, Alberta, pittrice eccentrica e piena di talento, si è tolta la vita lasciando dietro di sé stanze ancora cariche di colore e un vuoto che non trova forma. Il padre, ammiraglio rigido e distante, reagisce chiudendosi in un silenzio che non protegge, ma scava. È in questo spazio sospeso che Arturo prova a restare in piedi, con la sensazione costante che il terreno sotto i piedi possa cedere da un momento all’altro, come se respirare richiedesse uno sforzo in più.
Il romanzo segue il suo tentativo incerto di tornare al mondo. Non è una rinascita composta e lineare: è fatta di esitazioni, di passi indietro, di slanci incerti e brevissimi, di un costante trattenersi. Arturo cerca qualcosa che resista, qualcosa che possa tenere tutti i pezzi insieme, che dia un senso al movimento. Si rifugia nella scrittura, come bozzolo che protegge il processo di ninfosi. Scrivendo non cerca un’identità, ma — mi piace pensare — tenta, quasi involontariamente, di comporre un libretto di istruzioni: “Non avevo amici e passavo troppe ore a sfinirmi in quella estenuante ricerca di qualcosa che, scritto, avesse una vita sua”. Un bisogno lacerante, il suo, quello di aggrapparsi a qualcosa che resista anche quando lui vacilla.
L’incontro con Renato, musicista punk, e con Manuela apre quella porta socchiusa che Arturo non riesce a spalancare. Non è una via d’uscita immediata, ma una possibilità. Arturo si lega a entrambi in modo diverso, senza riuscire a distinguere con chiarezza ciò che prova: amore, bisogno, paura di restare solo. I sentimenti non arrivano mai ordinati; si sovrappongono, si confondono, lo attraversano mentre cerca coordinate che non ha mai davvero imparato. Quelle stesse coordinate che, nella vita, sono scritte a matita.
L’ambientazione – una provincia ai confini con la fine del millennio – non è solo uno sfondo, ma una presenza viva. È una provincia nostalgica, quasi immobile, dove anche il tempo sembra rallentare. Gli echi ruvidi della musica arrivano attutiti, come se non trovassero spazio per esplodere davvero. Le melodie pastose di Robert Smith e le struggenti invocazioni di Morrisey restano in sottofondo, si smorzano, cedono il passo a un silenzio che qui appare necessario, inevitabile. È un mondo che non amplifica il dolore, lo trattiene.
La figura della madre continua a incombere, non come ricordo pacificato, ma come energia irrisolta: “Dentro il suo studio si consumavano tragedie, moriva e rinasceva, sempre da sola”. È una presenza che definisce Arturo anche nella sua assenza, che lo costringe a interrogarsi su ciò che resta dopo il crollo di quella parte di mondo, capace però di travolgere tutto.
Il romanzo si divincola tra domande che arrivano improvvise e strazianti, che non cercano risposte facili: “Voglio dire, a tutta questa storia che il dolore ci può salvare, tu ci credi?”. Arturo sembra oscillare continuamente tra il desiderio di sottrarsi e quello di attraversare fino in fondo ciò che sente. “Tra il dolore e il nulla, io scelgo il dolore”: non è una dichiarazione eroica, ma una presa d’atto, quasi una necessità.
È un romanzo di formazione che rifiuta le traiettorie rassicuranti. Crescere, qui, non significa trovare una direzione chiara, ma imparare a restare, a sopportare, a reagire. Arturo sviluppa una sorta di fedeltà verso chi ha sofferto e non si è spezzato: “Ho maturato quasi una predilezione per tutti quelli che hanno sofferto e hanno saputo reggere il colpo”. È in questa tensione – fragile, imperfetta, ma ostinata – che il libro trova la sua voce più autentica.
